Claudio Magris, Corriere della Sera, 18/08/1997, 18 agosto 1997
«Qualche anno fa circolava una barzelletta riferita di volta in volta all’una o all’altra delle piccole nazioni che stavano emergendo da condizioni di minorità o d’oppressione - da parte di popoli più potenti o di Stati più vasti - e proclamavano orgogliosamente, con enfasi talora ingenua anche se comprensibile, la loro peculiarità e la loro giovane forza
«Qualche anno fa circolava una barzelletta riferita di volta in volta all’una o all’altra delle piccole nazioni che stavano emergendo da condizioni di minorità o d’oppressione - da parte di popoli più potenti o di Stati più vasti - e proclamavano orgogliosamente, con enfasi talora ingenua anche se comprensibile, la loro peculiarità e la loro giovane forza. La storiella dice che la delegazione di una di queste nazioni, da poco giunta all’indipendenza o almeno a un’ampia autonomia, si reca a Pechino in visita ufficiale. ”Siamo tre milioni!” - o due o quattro, a seconda del popolo cui la barzelletta si riferisce - dichiara fieramente il capo della delegazione al rappresentante del governo cinese che li riceve e questi gli chiede con premurosa preoccupazione: ”In quale albergo?”. La battuta, come molte spiritosaggini, è volgaruccia, perché irride i comprensibili sentimenti di fierezza di nazioni ed etnie conculcate, che stanno riprendendo a respirare e ad assumere consapevolezza della propria dignità e talvolta esprimono questo stato d’animo anche in forme puerili e risentite. Non è facile essere subito signori, nei propri rapporti col mondo, dopo essere stati a lungo sottomessi: la signorilità, la tranquilla modestia che non ha bisogno di affermazioni e di riconoscimenti, quella noncuranza nei confronti di se stessi che rende sciolti e sereni, nascono dalla libertà e dalla sicurezza assorbite nella propria persona come un dato naturale. La violenza e l’ingiustizia, come ogni sofferenza e dolore, sono una cattiva scuola, lasciano i segni sul volto e sull’anima di chi le subisce; gli infelici e i reietti sono spesso anche sgradevoli. Ma tanto più vanno amati e aiutati perché la colpa di quelle cicatrici che li sfigurano spiritualmente è di chi ha inferto loro quelle ferite. I violenti e i prevaricatori, disse Manzoni, sono responsabili non solo del male che fanno alle loro vittime, ma anche di quello cui le inducono in seguito ai torti patiti. Ogni minoranza che esce dall’emarginazione - nazionale, culturale, religiosa, politica, sessuale - tende, almeno inizialmente, al narcisismo esibizionista e finché non se ne libera, imparando a vivere spontaneamente la propria peculiarità e a non farci troppo caso, dimostra di essere ancora, interiormente, in una condizione di inferiorità».