Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 1997  agosto 22 Venerdì calendario

«Come molti altri miei connazionali, mi ritrovo ad un passo dall’Europa unita sprovvisto dell’essenziale, un’accettabile conoscenza della lingua inglese

«Come molti altri miei connazionali, mi ritrovo ad un passo dall’Europa unita sprovvisto dell’essenziale, un’accettabile conoscenza della lingua inglese. Così quest’estate avevo programmato un soggiorno di lavoro oltre Manica [...] Mi dissero che il posto ideale per raggiungere il mio obiettivo era un campus agricolo: lavorare all’aria aperta chiacchierando con gli indigeni. Una giusta paga, proporzionata all’impegno e adeguata per prolungare il più possibile il soggiorno [...] Mi sono ritrovato in una fabbrica di polli, al chiuso, al freddo (per non far deperire i polli morti e forse anche i polli vivi, ossia noi), ad inscatolare ex pennuti. All’arrivo, ancora frastornato dal viaggio che per l’assistenza e le indicazioni dell’agenzia italiana s’è rivelato un tormento (10 ore con cambi di treni, bus ed attese quando c’era una corriera che mi avrebbe portato direttamente dall’aeroporto al paesino dove dovevo arrivare in 3 ore!), mi fecero firmare un contratto per almeno 3 settimane di lavoro. Io lavoravo 12 ore al giorno ed ovviamente per il rumore e per la tensione (se non eri abbastanza rapido ti cascavano i polli in testa) era molto difficile conversare con i colleghi inglesi i quali, venendo pagati con decenza, quando gli dicevamo i nostri orari e le nostre paghe ridevano. Io ero tra i più pagati, circa 300.000 lire a settimana tolte le spese. C’era anche chi per 12 ore al giorno sbudellava i polli, qualcun altro gli puliva le ginocchia. Chi lavorava in altre fabbriche per meno ore poi non prendeva abbastanza per tornarsene in Italia o per pagare vitto, alloggio e trasporti (la mia fabbrica era a 40 minuti) che ovviamente avevano un prezzo molto superiore a quanto ci era stato detto in Italia [...] Praticamente io e gli altri ragazzi italiani (quelli degli altri paesi erano tutti arrivati per conto proprio, senza la mediazione di nessuna agenzia) abbiamo pagato da 270.000 a 350.000 lire per fare i becchini schiavizzati di polli britannici, e per imparare qualche parolaccia spagnola e portoghese».