Eugenio Scalfari, la Repubblica, 29/08/1997, 29 agosto 1997
Il Direttore generale del Tesoro Mario Draghi, a conoscerlo non ha l’aria d’un funzionario di alto rango della pubblica amministrazione ma piuttosto quello di un giovane yuppie di quelli che hanno fatto negli anni ruggenti delle Borse, dei paratitoli e delle grandi banche d’affari la fortuna delle imprese finanziarie in cui lavoravano e la propria: la stessa grinta, la stessa sicurezza di sé, la stessa ambizione di emergere
Il Direttore generale del Tesoro Mario Draghi, a conoscerlo non ha l’aria d’un funzionario di alto rango della pubblica amministrazione ma piuttosto quello di un giovane yuppie di quelli che hanno fatto negli anni ruggenti delle Borse, dei paratitoli e delle grandi banche d’affari la fortuna delle imprese finanziarie in cui lavoravano e la propria: la stessa grinta, la stessa sicurezza di sé, la stessa ambizione di emergere. Solo che gli yuppies avevano come obiettivo la ricchezza e da quella misuravano il loro successo, mentre per Draghi il successo coincide con l’estendersi del potere da lui amministrato. Così, con un lavoro intelligente e tenace, Draghi è diventato uno degli uomini più potenti d’Italia, se non altro per la circostanza che gran parte delle grandi holding pubbliche è ormai sotto il controllo diretto del Tesoro. Le nomine e gli equilibri interni dell’Iri, dell’Eni, dell’Enel, della Stet, dell’Ina delle banche tuttora pubbliche e di tutte le società che da quelle holding discendono a cascata; la loro politica di sviluppo, le fusioni e concentrazioni, l’iter delle privatizzazioni, la scelta degli «advisors», la formazione dei nuclei azionari più o meno duri, passano sul tavolo di Draghi e ne ricevono l’«imprimatur» o ne subiscono la bocciatura.