Orio Caldiron, Il Mattino, 14/08/1997, 14 agosto 1997
Se Totò non è certo solo nella grande esperienza collettiva dell’avanspettacolo – che ha visto impegnati, accanto alle ex-formazioni di operetta come la Bluette-Navarrini, e la Riccioli-Primavera, attori come Macario, Taranto, i De Rege
Se Totò non è certo solo nella grande esperienza collettiva dell’avanspettacolo – che ha visto impegnati, accanto alle ex-formazioni di operetta come la Bluette-Navarrini, e la Riccioli-Primavera, attori come Macario, Taranto, i De Rege. Dapporto, Rascel, Scotti – resta in qualche modo, se non il più rappresentativo di una fase di transizione dello spettacolo minore che forse esige interpreti meno esuberantemente egocentrici, il più geniale. Totò, infatti, non si risolve con il momento dell’avanspettacolo, non coincide con il tratto di strada che fa con gli altri, viene piuttosto tesaurizzando anche questa esperienza che si stratificherà con le altre nella composita archeologia del personaggio, costruito a misura della sua irriducibile eccezionalità. Negli anni Trenta ad accorgersene sono anzitutto due personalità d’eccezione, Umberto Barbaro e Cesare Zavattini, che tra gli intellettuali intuiscono per primi le straordinarie possibilità dell’attore e si accostano senza pregiudizi al grande mimo, cercando di rendersi ragione del suo enorme successo popolare.