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 2001  marzo 20 Martedì calendario

Nascoste tra le pagine di un volume appartenuto ad Alessandra Wolff, moglie di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, sono state trovate due lettere dello scrittore risalenti all’estate del 1957, poco prima della morte

Nascoste tra le pagine di un volume appartenuto ad Alessandra Wolff, moglie di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, sono state trovate due lettere dello scrittore risalenti all’estate del 1957, poco prima della morte. La prima era indirizzata a Lanza Tomasi, figlio adottivo di Giuseppe, la seconda era stata portata a mano al destinatario, il barone Enrico Merlo di Tagliavia, e accompagnava l’ultima copia dattiloscritta del "Gattopardo" (il barone si intendeva delle cose siciliane e per questo era stato scelto come lettore privilegiato). La lettera a Merlo contiene informazioni preziose sui rapporti tra i personaggi del romanzo e quelli reali: «E’ superfluo dirti che il principe di Salina è il principe di Lampedusa Giulio Fabrizio, mio bisnonno; ogni cosa è reale: la statura, la matematica, la falsa violenza, lo scetticismo, la moglie, la madre tedesca, il rifiuto a essere senatore. Padre Pirrone è anche lui autentico anche nel nome. Credo aver fatto tutti e due più intelligenti di quel che veramente fossero». Lo scrittore nomina anche il senatore Scalea, uomo della sinistra moderata, il figlio, che ai primi del Novecento fu sottosegretario agli Esteri del Fascismo, e la baronessa Maria Favara che, bella come Angelica, aveva sposato Corrado principe di Niscemi e abitava di fronte alla Favorita: «Tancredi è, fisicamente e come maniere, Giò (Gioacchino Lanza); moralmente una mistura del senatore Scalea e di Pietro, suo figlio. Angelica non so chi sia, ma ricordati che Sedàra, come nome, assomiglia molto a Favara». Sul retro della busta, nel posto riservato al mittente, Tomasi di Lampedusa aggiunse una spiegazione che doveva ritenere fondamentale: «Fai attenzione: il cane Bendicò è un personaggio importantissimo ed è quasi la chiave del libro». Con quel testimone silenzioso, infatti, lo scrittore probabilmente intendeva raffigurare se stesso.