Bruno Ventavoli, La Stampa, 05/09/1997., 5 settembre 1997
Il commento di Yehoshua sull’ultimo attentato di Israele (giovedì scorso, tre uomini-bomba nell’isola pedonale di via Ben Yehuda, a Tel Aviv: sette morti e 192 feriti): «Ho sentito che le prime notizie parlavano di tre morti
Il commento di Yehoshua sull’ultimo attentato di Israele (giovedì scorso, tre uomini-bomba nell’isola pedonale di via Ben Yehuda, a Tel Aviv: sette morti e 192 feriti): «Ho sentito che le prime notizie parlavano di tre morti. Mi sono detto: ”Per fortuna sono pochi” e ho spento la radio, ricominciando a sistemare i libri sugli scaffali, ad aprire le casse del trasloco. Sono stufo di sentire i comunicati ufficiali, le vuote parole della politica. Netanyahu che ringhia sulle responsabilità di Arafat e sulla spietata rappresaglia che si abbatterà sui colpevoli. Un tempo, la notizia di un attentato mi accendeva di sdegno, di rabbia, di dolore. Ora non ho più la forza. Sono diventato semplicemente fatalista, come la maggior parte della mia gente». Alla domanda sulle soluzioni (Come fronteggiare e impedire nuovi attacchi suicidi?), Yehoshua ha risposto così: «Bisogna fissare un confine militare ben preciso tra noi e i palestinesi. I controlli capillari negli aeroporti di tutto il mondo hanno ridotto il terrorismo a dimensioni inesistenti. Facciamo la stessa cosa sulla nostra terra. La maggioranza dei due popoli, israeliani e palestinesi, sono ormai separati. E dobbiamo sancire questa divisione con un confine militare. Chiunque entri ed esca dai territori deve essere sottoposto a controlli rigorosi dei bagagli, dei passaporti, dell’identità. Se una signora, sebbene ottantenne, sebbene pellegrina, parte da Roma per venire a Gerusalemme, deve spiegare il motivo del viaggio, mostrare i documenti, mostrare il contenuto delle valigie. Se qualcuno invece vuole entrare in Israele da Hebron, basta che giri dietro casa e attraversi un campo. Questa assoluta mancanza di sicurezza è inaccettabile». Perché il confine non viene creato? «Molti israeliani si sentono offesi dall’idea che a cento metri dalle proprie case possano esserci soldati, filo spinato, stazioni di frontiera. C’è anche un grosso problema politico: parlare di confine significa accettare il concetto di due stati sovrani. Ma su questo punto entrambi esitano. Israele cerca di allontanare i tempi della decisione definitiva sui territori. I palestinesi sperano di ottenere più spazio. Io credo invece che sia giunta l’ora di separare terra, responsabilità, destini».