Giuliano Zincone, Corriere della Sera, 03/09/1997, 3 settembre 1997
Le straordinarie e sincere manifestazioni d’affetto che accompagnano la tragedia della principessa Diana dovrebbero ispirare qualche seria riflessione agli intellettuali
Le straordinarie e sincere manifestazioni d’affetto che accompagnano la tragedia della principessa Diana dovrebbero ispirare qualche seria riflessione agli intellettuali. Sarebbe il caso di comprendere, per esempio, che non bastano i paparazzi per costruire un mito popolare, e sarebbe giusto ammettere che le foto di quella sventurata signora erano davvero desiderate e preziose, perché (oggi lo sappiamo) le persone comuni volevano sentirla vicina, parlare di lei come di una figlia o di una sorella, vivere fantasticando nel suo mondo regale e ribelle, gioire dei suoi amori, soffrire per le sue sconfitte. Questi sogni, così semplici, così antichi e normali, sono difficili da capire, per tutti gli snob. I quali, infatti, scrivono sui giornali che i giornalisti sono delinquenti, perché non rispettano la vita privata dei pubblici personaggi. «Scusaci, principessa», implorava ”l’Unità”, e l’articolo del direttore Caldarola bollava come «un delitto a mezzo stampa» la morte violenta di «Lady Di» (nomignolo piuttosto luttuoso, se pronunciato in Inghilterra, dove il suono equivale al nostro «muori»).