Giuliano Zincone, Corriere della Sera, 03/09/1997, 3 settembre 1997
Proprio così. Nell’immaginazione e nei sogni delle persone normali, la morte della principessa Diana pesa come una montagna, fatta di fiori, di rimpianti e di lacrime vere
Proprio così. Nell’immaginazione e nei sogni delle persone normali, la morte della principessa Diana pesa come una montagna, fatta di fiori, di rimpianti e di lacrime vere. Tutto il resto, tutto il rimorso fasullo degli intellettuali, tutto il disprezzo ignorante per il lavoro dei paparazzi, è soltanto un’immensa coda di paglia. Privacy? Ma quale privacy? Diana Spencer era entrata in una famiglia dove, quando nasce un figlio, sparano cannonate, perché tutti lo sappiano. Una famiglia pubblica, nelle occasioni pubbliche, nelle pubbliche pompe, nelle beneficenze, nelle iniziative umanitarie. Tutto questo poteva (anzi: doveva) essere fotografato. Il resto no, perché il resto appartiene alla privacy. Privacy? Questa signora è morta e, dunque, merita rispetto. Ma, da viva, quale privacy cercava, quando sceglieva la Costa Smeralda, quando cenava all’albergo Ritz, quando si fidanzava con un playboy dopo l’altro, invece di sistemarsi con un comune marchese? L’ha uccisa la velocità, certo. Se fosse rimasta nella famiglia reale avrebbe viaggiato soltanto a trenta all’ora, salutando il popolo festante con la manina guantata, dal finestrino di una dignitosa Rolls Royce. Sarebbe diventata regina, avrebbe fatto un mestiere che (forse) l’avrebbe annoiata. L’avrebbero compatita i minatori del Galles che, invece, si divertono moltissimo. Ma lei ha scelto l’avventura. S’è innamorata di un egiziano chiamato Dodi ed è morta fragorosamente. Così è entrata nella leggenda, così sarà ricordata nelle favole popolari. Se non si capiscono queste emozioni, caro Asor Rosa, come si possono dare lezioni di politica?