Giancarlo Del Re, Il Messaggero, 03/09/1997, 3 settembre 1997
Di certo, quel fetorino pungente che, fino a qualche anno fa, i gatti aggiungevano alle caratteristiche della vecchia Roma è svanito, sebbene i gatti ci siano sempre, e come è impensabile una Roma senza gatti, altrettanto impensabile è che i gatti di Roma non facciano più pipì
Di certo, quel fetorino pungente che, fino a qualche anno fa, i gatti aggiungevano alle caratteristiche della vecchia Roma è svanito, sebbene i gatti ci siano sempre, e come è impensabile una Roma senza gatti, altrettanto impensabile è che i gatti di Roma non facciano più pipì. Ma qui urge una precisazione. Non sto dicendo che tutta Roma puzzasse di pipì di gatto: era il centro storico che presentava questo sottile segno olfattivo e non nelle sue strade di selci, neppure nei vicoli, fatta eccezione per i più angusti e umidi, bensì negli androni delle case, nei cortili, per le scale, sui pianerottoli, a Trastevere come al Rione Monti a Campo Marzio e via dicendo. E non solo nei tuguri oggi di lusso, anzi posso testimoniare di aver avvertito una volta la frequentazione di molti, ma molti gatti, in quel momento invisibili, anche tra gli stucchi e le statue della scala di un palazzo principesco. D’altra parte, ogni città ha i suoi odori e, tra questi, uno speciale, destinato alla memoria dell’uomo che vi soggiorna. Di una certa Londra, per esempio, ricordo scale e pianerottoli ricoperti di stuoie più o meno consunte e pervasi da un denso odore di cavolo bollito.