Giancarlo Del Re, Il Messaggero, 03/09/1997, 3 settembre 1997
Potrei dilungarmi sul fatto che anche i continenti hanno, in generale, ognuno il suo inconfondibile odore - l’Estremo Oriente di crisantemo e merda, il Medio Oriente d’anice e grasso di pecora bruciato, l’Africa di fiori di frangipane e sudore - ma torno ai gatti di Roma, oggi inodori quasi come certi fiori, diciamo le calle, gatti che, secondo il mio amico macellaio Pietro Stecchiotti, di via Panisperna, «nun magneno più come ’na vorta»
Potrei dilungarmi sul fatto che anche i continenti hanno, in generale, ognuno il suo inconfondibile odore - l’Estremo Oriente di crisantemo e merda, il Medio Oriente d’anice e grasso di pecora bruciato, l’Africa di fiori di frangipane e sudore - ma torno ai gatti di Roma, oggi inodori quasi come certi fiori, diciamo le calle, gatti che, secondo il mio amico macellaio Pietro Stecchiotti, di via Panisperna, «nun magneno più come ’na vorta». E che mangiavano, una volta, i gatti? Innanzi tutto, per dura lex, sed lex (di natura), mangiavano i topi che oggi son loro a mangiarsi i gatti o poco ci manca. Poi avevano le pattumiere, ma gli sono state usurpate dai gabbiani transfughi del mare al catrame. Confidavano, tuttavia, sulle «gattare» che gli servivano gli avanzi di cucina, anche la pastasciutta collosa e il mezzo uovo sodo rinsecchito, ma che ora trovano più pratico e igienico portargli scatolette di quelle gelatinose prelibatezze per gatti, reclamizzate dalla televisione, in vaschette d’alluminio a termini di legge.