Giancarlo Del Re, Il Messaggero, 03/09/1997, 3 settembre 1997
Oggi, e non da ieri, l’odore che predomina a Roma, anche nel centro storico, è quello dei tubi di scappamento, al quale ci siamo abituati tutti, gatti compresi, con la differenza che noi sappiamo quanto sia velenoso, e i gatti no
Oggi, e non da ieri, l’odore che predomina a Roma, anche nel centro storico, è quello dei tubi di scappamento, al quale ci siamo abituati tutti, gatti compresi, con la differenza che noi sappiamo quanto sia velenoso, e i gatti no. Ripenso a un tempo lontano in cui Roma ebbe un odore speciale per il mio naso di ragazzino - e debbo averlo già raccontato, una volta - un odore vuoto, un non-odore, perché non c’era più nulla che potesse odorare: né motori per strada né macchine per l’espresso né pentole sui fornelli. Era la primavera del ’44, il momento di Roma città aperta, che era città impaurita, semideserta, paralizzata dal coprifuoco con il sole ancora alto. Tutto quello che potevi annusare, ogni tanto, era un velo amarognolo di fumo di legna, perché nelle case non arrivava più il gas, come non arrivava l’elettricità né l’acqua. Era l’odore del nulla e ce ne rendemmo conto d’improvviso poche ore dopo l’entrata degli americani, quando la città si colmò di odori densi, inebrianti: la benzina, le sigarette, il cibo, il sapone dei soldati, la pioggia di caramelle e cioccolata. Temo che, a quel momento, fosse sparita da Roma anche la puzza di pipì di gatto, perché erano mesi che i gatti la gente se li mangiava.