Maria Corti, la Repubblica, 04/09/1997, 4 settembre 1997
Vorrei fermarmi solo su un terzo episodio pertinente alla questione in oggetto. La cara e impareggiabile Gina ricorderà certo che negli anni 1971-1973 mi telefonava di tanto in tanto perché facessi una visitina al «signor Montale» la domenica pomeriggio dopo le diciassette, perché in quel giorno il poeta era troppo solo, trovandosi assenti per il fine settimana gli amici delle consuete visite pomeridiane feriali
Vorrei fermarmi solo su un terzo episodio pertinente alla questione in oggetto. La cara e impareggiabile Gina ricorderà certo che negli anni 1971-1973 mi telefonava di tanto in tanto perché facessi una visitina al «signor Montale» la domenica pomeriggio dopo le diciassette, perché in quel giorno il poeta era troppo solo, trovandosi assenti per il fine settimana gli amici delle consuete visite pomeridiane feriali. Soltanto una volta mi capitò di incontrare il suo medico, che espose una teoria interessante: Montale non aveva morbo di Parkinson, ma una sensibilità nervosa per cui gli bastava l’arrivo in visita di una persona antipatica, che la tazzina del caffè fra le sue mani si metteva a tremare; uscito l’ospite indesiderato, il tremolio scompariva. Allora la cosa ci fece ridere tutti e tre, ma se per caso fosse notizia attendibile, sarebbe indizio non trascurabile nel processo grafologico intentato ai manoscritti da chi non li considera autentici. L’astuzia di Montale anche in questo ambito mi risulta imprevedibile: noi abbiamo molti, centinaia di manoscritti montaliani nel Fondo e altri, sugli stessi testi, ne ha Marco Forti. Il confronto può essere conturbante.