Maria Corti, la Repubblica, 04/09/1997, 4 settembre 1997
Vorrei chiudere con un penetrante discorso che mi fece Montale in un tranquillo pomeriggio domenicale, costruito dalla premura della Gina
Vorrei chiudere con un penetrante discorso che mi fece Montale in un tranquillo pomeriggio domenicale, costruito dalla premura della Gina. Si parlava dei Soliloquia di S. Agostino, che Montale amava molto, soprattutto, si badi bene, per il secondo libro, dove S. Agostino riflette sul rapporto fra il vero e il «falso autore», costruito con la cooperazione di testi già scritti e di una fantasia ai loro riguardi trasgressiva. Perfettamente giusto allora il rilievo della Bettarini sul «difficile rapporto vero/falso che appassionava Montale quanto Sant’Agostino». (’Il Sole - 24 ore”, 10 agosto 1997). Torniamo all’oggi, per cui vorrei citare un altro persuasivo giudizio di un grande amico e frequentatore di Montale, Andrea Zanzotto, in un articolo, già citato, sul Diario postumo: «Alcune di quelle poesie sono belle e del miglior Montale. Nelle altre sembra prevalere un’idea di autodemolizione, come se volesse sminuirsi, che toglie senso al lavoro dei critici perché è già lui il critico che sminuisce se stesso».