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 1997  agosto 17 Domenica calendario

Preparai il pezzo sul presidente della Olivetti e lo portai a De Bortoli (il fax non usava ancora) poi me ne tornai a casa per scrivere quello su Gianni Agnelli

Preparai il pezzo sul presidente della Olivetti e lo portai a De Bortoli (il fax non usava ancora) poi me ne tornai a casa per scrivere quello su Gianni Agnelli. Mentre ero lì che battevo sui tasti, scervellandomi su come cavarmela senza scrivere un soffietto ma anche senza toccare nervi troppo scoperti, mi telefonò De Bortoli: la ”lettera” a De Benedetti era troppo hard. «Bisogna fare dei ritocchi, degli aggiustamenti, ammorbidire. Vieni domani mattina al giornale». Ci andai portando, già che c’ero, anche il pezzo su Agnelli. Ferruccio mi segnalò i punti a suo dire scabrosi, mi indicò una scrivania e una macchina da scrivere e io mi misi a lavorarci sopra. Quando finii consegnai il tutto a De Bortoli che lesse con molta attenzione approvò e scrisse di suo pugno in testa al pezzo le indicazioni per mandarlo in tipografia. Ma prima lo fece vedere ad Anselmi. Che, a sua volta, lesse, rilesse e diede l’ok. «Però - disse - bisogna farlo vedere a Stille. E anche l’articolo su Agnelli». Prese i due pezzi e sparì nella stanza del direttore del ”Corriere” che era poco più in là. Ritornò dopo una ventina di minuti: «Stille dice che è troppo duro, che non è da ”Corriere”, che bisogna ritoccare, aggiustare, ammorbidire». «Se è così - risposi io - non facciamone nulla e non se ne parli più». «No, no - disse spaventato Anselmi -. Abbiamo già annunciato una serie, che figura ci facciamo?». «Gli dev’essere saltata la mosca al naso, a Stille, ma poi gli passa. Tu aspetta qui, fra poco ci ritorno e lo convinco». Da quel momento nei severi e austeri corridoi del ”Corriere”, onusti di gloria e di prestigiosi fantasmi, in un’atmosfera ovattata, gallonata e quasi irreale, insomma in mezzo a tutta quella paccottiglia retorica che tende a occultare che questo giornale è da settant’anni schierato col Potere, quale esso sia, cominciò un penoso deambulare, un andirivieni sempre più frenetico e imbarazzante, di Anselmi e De Bortoli e poi del solo Anselmi con la stanza che era stata del mitico Albertini, ora occupata da Stille. Io guardavo e rabbrividivo. Avrei voluto sprofondare sotto terra, non esserci. Mi sentivo umiliato per loro. Ma ero preoccupato anche per me. Sapevo che i due non mi avrebbero mai perdonato quell’infortunio, anche se io non ne avevo alcuna colpa. Anzi proprio per questo.