Massimo Fini, il Giornale, 17/08/1997, 17 agosto 1997
Il mandato di Pertini stava per scadere, ma lui manovrava per farselo rinnovare, nonostante i suoi quasi novant’anni
Il mandato di Pertini stava per scadere, ma lui manovrava per farselo rinnovare, nonostante i suoi quasi novant’anni. Allora scrissi un pezzo, intitolato «Il Presidente ch’io vorrei», dove facevo l’identikit del Capo dello Stato che mi sarebbe piaciuto avere. E, senza nominarlo mai, disegnavo una figura dalle caratteristiche diametralmente opposte a quelle di Pertini. Immediatamente il direttore della ”Domenica”, Pier Luigi Magnaschi, ricevette una telefonata da Pertini che, furibondo, lo investì con male parole. Magnaschi, come si fa in questi casi, cercò di mediare, di prendere qualche distanza, si disse molto dispiaciuto per l’accaduto ma osservò che io avevo una rubrica un po’ extramoenia dove ero libero di esprimere le mie opinioni. «Non faccia il furbo con me – rispose Pertini, adirandosi ancor di più -. Perché io conosco il suo padrone, sa, Gianni Agnelli». E buttò giù il ricevitore. Il giorno dopo un funzionario della Casa editrice si presentò nell’ufficio del direttore della ”Domenica” dicendogli che era meglio se Pertini lo lasciavamo perdere. Di lì a tre mesi Magnaschi fu licenziato dalla ”Domenica” nonostante fosse riuscito nel miracolo di tenere a galla quell’ectoplasma di giornale e anzi a migliorarne le vendite (chiuderà un paio di direzioni dopo). In quanto alla mia rubrica, che aveva un certo seguito tra i lettori, almeno a giudicare dalle lettere, fu la prima a saltare. E anche questo è stile ”Corriere”.