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 1997  agosto 17 Domenica calendario

La vicenda della ”Domenica” rimanda, come in un gioco di scatole cinesi, ad altri avvenimenti, più lontani

La vicenda della ”Domenica” rimanda, come in un gioco di scatole cinesi, ad altri avvenimenti, più lontani. Nel 1979 mi ero dimesso dall’’Europeo” e dal ”Gruppo Rizzoli-Corriere della Sera”. Dall’ ”Europeo” perché era stato occupato dai socialisti di Martelli. Rizzoli e Tassan Din stavano infatti lottizzando le testate politiche del Gruppo e poiché il ”Corriere” era solidamente in mano ai fienghisti e ai comunisti, i socialisti avevano preteso l’’Europeo”. Dal gruppo me ne andai invece perché vi fuoreggiava Tassan Din che non era necessario pescare con le mani sul tagliere della P2 per capire chi fosse. In pieno accordo con i sindacati Tassan Din comprava ogni sorta di giornale, non importa quanto decotto, quel che contava è che non toccasse un solo posto di lavoro, che anzi li gonfiasse artatamente. Si viveva in un clima sardanapalesco. Per chi ci stava il denaro correva a fiumi. «Tutti i manager venivano pagati in nero» mi confidò una volta Enrico Finzi che nel Gruppo aveva ricoperto importanti incarichi. E anche alcuni dei principali giornalisti, per tenerli buoni. Se non bastava c’erano le finte consulenze. Un certo Salvatore Di Paola, vice di Tassan Din che nel Gruppo era rimasto un anno e che si era segnalato solo per aver potentemente contribuito allo sfascio dell’’Europeo”, se ne uscì con una liquidazione di 800 milioni. La redazione dell’’Europeo”, da sempre radicato a Milano, fu spostata a Roma perché lì aveva casa il direttore, Mario Pirani. Un inviatuccio di ”Repubblica” per venire all’’Europeo” pretese di portarci anche la sua fidanzata la cui sola qualità, peraltro notevole, era di avere un bel culo. L’ultimo dei manager, il sotto, sotto, sotto panna del capo del personale, guadagnava 36 milioni l’anno dove io inviato dell’’Europeo” con una discreta anzianità, ne prendevo 12. E, per spregio, fui fatto mettere proprio nelle mani di costui, un certo De Cristoforo. Io ero un po’ emozionato, stavo in Azienda da dieci anni, ci lasciavo un pezzo della mia vita e cercai di dare al colloquio un contenuto un po’ umano. E mi ricordo che questo De Cristoforo non faceva nemmeno lo sforzo di nascondere lo sghignazzo, mi guardava con l’aria con cui si guarda un povero scemo. Aveva ragione.