Massimo Fini, il Giornale, 17/08/1997, 17 agosto 1997
Io allora avevo 36 anni ed ero ancora imperdonabilmente ingenuo. Pensai che qualcuno, in Azienda, avrebbe detto: «Però, quel Fini, aveva ragione»
Io allora avevo 36 anni ed ero ancora imperdonabilmente ingenuo. Pensai che qualcuno, in Azienda, avrebbe detto: «Però, quel Fini, aveva ragione». Mi illusi addirittura che mi avrebbero richiamato con i tappeti rossi e le fanfare. Del resto mio padre, uomo di struttura ottocentesca, mi aveva spiegato che di solito avviene così: se sbagli paghi, se ci azzecchi vieni premiato. E invece accadde esattamente il contrario. E in modo così grottesco e contorto e illogico che non so se mi riuscirà di spiegarlo al lettore che ha avuto la pazienza di seguirmi fin qui. a questo punto che rientra in gioco la ”Domenica del Corriere”. Nell’84-85 collaboravo con questo giornale come free lance. Il direttore, Magnaschi, decise di assumermi e ne fece richiesta all’Azienda. Ritornò dal colloquio desolato: «Niente da fare» mi disse. «Perché?». «Perché hai fatto un’intervista ad Angelo Rizzoli». «E che c’entra?». «Non lo so, ti consideravo un suo complice». Sbalorditi. Avevo fatto una lunga intervista ad Angelo Rizzoli ma dopo che l’azienda era crollata e lui ne era uscito. Il bello è che quell’intervista me l’aveva chiesta proprio il direttore dell’’Europeo”, giornale dell’Azienda, Claudio Rinaldi, e non doveva essere poi male se la lunga confessione di Rizzoli aveva occupato tre copertine del settimanale.