Massimo Fini, il Giornale, 17/08/1997, 17 agosto 1997
A tutti gli ottanta hanno fatto qualche proposta alternativa di lavoro. Del resto era previsto da un accordo sindacale
A tutti gli ottanta hanno fatto qualche proposta alternativa di lavoro. Del resto era previsto da un accordo sindacale. A me no. Come sempre mi han fatto trattare come l’ultima ruota del carro, come l’ultimo sottopanza dell’Ufficio personale, Alberto Musazzi. Il quale anzi prima ancora che scattasse la cassa integrazione mi chiamò e mi tenne questo discorso: «Lei, Fini è una firma troppo illustre per coinvolgerla nella cassa integrazione». Mi propose quindi di risolvere consensualmente il contratto: l’Azienda mi avrebbe dato quanto mi sarebbe spettato se mi avesse mandato via. «Allora licenziatemi - dissi io -. più lineare. Non sarò proprio io a piantarvi grane: è dal 1980 che sostengo che bisogna tornare a licenziare i giornalisti». Ma di licenziarmi non ebbero il coraggio. Non per me, figuriamoci. Per paura dei sindacai. Perché è crollato il Muro di Berlino, è scomparsa l’Unione Sovietica, è finito il comunismo, ma al Gruppo Rizzoli-Corriere i sindacati e il collettivismo la fanno sempre da padroni; nel settembre dello scorso anno il vicedirettore di ”Anna”, Roselina Salemi, mi chiese di fare una ricostruzione del «Movimento ’77» sapendo che, a suo tempo, lo avevo seguito da vicino come inviato. Apriti cielo, ci fu una sollevazione del sindacato interno e della redazione: «Fini è troppo di destra». Non dovrebbe essere compito della redazione di ”Anna”, settimanale notoriamente rivoluzionario, né di qualsiasi altro giornale censurare ideologicamente i pezzi commissionati dalla Direzione.