Massimo Fini, il Giornale, 17/08/1997, 17 agosto 1997
Dopo quell’incontro con Musazzi le cose rimasero ferme per un anno. Avrei potuto ricorrere anch’io a qualche Santo in Paradiso
Dopo quell’incontro con Musazzi le cose rimasero ferme per un anno. Avrei potuto ricorrere anch’io a qualche Santo in Paradiso. In fondo qualcuno che nell’Azienda mi stima c’è. Enzo Biagi, per esempio. Lo stesso Alberto Ronchey, attuale presidente della Rcs, che ai bei dì quando doveva essere intervistato dall’’Europeo” si raccomandava: «Mandatemi quello bravissimo». L’ho incontrato anche di recente il buon Alberto, in casa di Spagnol e, come sempre, mi ha coperto, per dieci minuti buoni, di elogi. E io non ho avuto il coraggio di dirgli: «Guarda, Alberto, che io sono un tuo cassintegrato». Non volevo mortificarlo, povero vecchio. Oppure c’è Paolo Mieli, mio antico sodale nell’avventura di ”Pagina”, che in tempi lontani, quando lavorava ancora all’’Espresso” si definiva, scherzosamente, «finiano di stretta osservanza». E conosco anche qualcuno della Proprietà: Susanna Agnelli con cui ho avuto rapporti molto amichevoli per parecchi anni. Ma non mi sono rivolto ai Santi. Perché mio padre diceva che non si fa, che bisogna contare solo sulle proprie forze e sul proprio lavoro. E io sono d’accordo. Se l’Azienda non mi trovava una collocazione aveva pure le sue ragioni e io dovevo rispettarle e rispettare le gerarchie e i ruoli.