Sandro Bolchi, Corriere della Sera, 14/09/1997, 14 settembre 1997
Un pomeriggio di qualche tempo dopo andai alla Scala ospite del maestro Victor De Sabata. La platea era vuota, sul palco la scena del primo atto di Traviata, appena sporcata dalle luci di servizio
Un pomeriggio di qualche tempo dopo andai alla Scala ospite del maestro Victor De Sabata. La platea era vuota, sul palco la scena del primo atto di Traviata, appena sporcata dalle luci di servizio. Avevo giusto assistito nel foyer a una lezione di «claque» impartita ai discepoli dal commendator Ettore Parmeggiani, che fu un veemente tenore dall’acuto a lunga gittata e adesso era il capo dei plaudenti. La lezione riguardava la Callas. «Maria è una regina e dovrà essere accolta da un applauso maestoso, in marsina. Battuta lunga, a mano convessa, con eco solenne. Dopo l’aria converrà praticare una battuta tipo flamenco, come un suono di nacchere, secco, crescente, rossiniano». Anche De Sabata aveva ascoltato e rise piano. «Oggi la Callas riposa. Mi dispiace che lei non possa assistere a una prova con Visconti. Maria, adesso, è come divorata da una smania di magrezza. Il volto pare si sia ritirato per lasciare tutto lo spazio agli occhi. Ha una voce prodigiosa: non bella come quella della Tebaldi ma prodigiosa, per empito e modulazioni. Sembra che inventi lì per lì l’aria che canta. Io l’ho avuta in Macbeth: è stata una lady quasi soffocata dal sangue che le bolliva dentro... Diverrà sempre più grande, ma con una fatica che le mangerà il cuore...».