Sandro Bolchi, Corriere della Sera, 14/09/1997, 14 settembre 1997
Uscimmo in piazza della scala. Era già sera. Da una finestra una radio ci mandava la voce di Mina ne Il cielo in una stanza, mi pare
Uscimmo in piazza della scala. Era già sera. Da una finestra una radio ci mandava la voce di Mina ne Il cielo in una stanza, mi pare. Quello che ricordo bene furono le parole del Maestro. «Sente? Questa ragazza, mi pare si chiami Mina, è unica nel suo genere. Ha i suoni alti, di grande forza emotiva. Ecco un’altra che conta, nel suo genere. E come se conta...». Mi ricordai, chissà perché di un incontro con la Callas di molti anni prima, dopo la pensione Impero. Ci vedemmo a Rovigo («Sembra Bologna che si è ristretta per le troppe piogge», mi disse). Avevamo scoperto un caffeuccio dove preparavano enormi tazze di cioccolata con la panna. Lei ne mangiò tre, per poi pentirsene subito. Pensavamo all’idea di una certa Norma. Io parlavo, parlavo e lei mi ascoltava con gli occhi semichiusi. «Tieni presente che io sono quasi cieca, ho bisogno di un tracciato, di punti d’appoggio, sennò finisco nel golfo mistico...». Quella Norma non si fece mai. Un saluto, un applauso, qualche telefonata. L’ultima volta che la intravidi fu vent’anni fa a Parigi, prima della sua morte. Era d’estate, una sera di vento e di pioggia. Lei camminava lungo la Senna , protetta da un ombrellino e da un lungo impermeabile. Le gridai: «Maria!». Ma non rispose: forse finse di non avermi visto. Accelerò il passo, faticosamente: e si annerì, contro il cielo.