Goffredo Fofi, Panorama, 18/09/1997, 18 settembre 1997
Molti anni fa ho vissuto in Sicilia, e all’isola sono restato legato, tornandovi costantemente. Molti anni fa mi capitò di incrociare (veder da lontano i ”grandi”, intrattenermi da vicino con i ”piccoli”) molti mafiosi
Molti anni fa ho vissuto in Sicilia, e all’isola sono restato legato, tornandovi costantemente. Molti anni fa mi capitò di incrociare (veder da lontano i ”grandi”, intrattenermi da vicino con i ”piccoli”) molti mafiosi. E soprattutto molte vittime della mafia, considerando tali anche quelle irretite nelle sue fila basse per necessità o per cultura, o per assenza di vere alternative. Quando vidi Salvatore Giuliano, ma anche certi film di Damiano Damiani, riconobbi tra le comparse volti che mi erano noti, e alcuni di amici. forse per questo che non ho mai amato quel balordo genere cinematografico e televisivo chiamato giustamente ”film di mafia”, la cui storia si va ancora intrecciando con il ”film di gangster” all’americana e con quel balordissimo genere cinematografico chiamato ”film di denuncia”, inventato a Roma da registi e sceneggiatori pieni di sacro fuoco riformatore (Pietro Germi, per esempio) e poi messo a punto da mestieranti che ne hanno fatto un genere come tanti, il principale nostro assieme alla commedia. Un’occasione immancabile per ripensare generi, incroci, e anche un po’ i destini di cinema e tv in generale, è la sfida che si va preparando sul video proprio tra i nuovi campioni del film di mafia-denuncia, la Piovra, e quello del film di mafia e di gangster, il Padrino. Ma occorre partire da più lontano.