Goffredo Fofi, Panorama, 18/09/1997, 18 settembre 1997
A Leonardo Sciascia, un moralista vero, non si rimprovererà mai abbastanza di aver permesso che dai suoi romanzi sulla mafia, chiari ed esemplari, quasi sempre lucidissimi nell’analisi e nella, magari sotterranea, proposta di intervento, si traessero tanti brutti film, capisaldi del genere, anche di illustri registi, maestri di retorica
A Leonardo Sciascia, un moralista vero, non si rimprovererà mai abbastanza di aver permesso che dai suoi romanzi sulla mafia, chiari ed esemplari, quasi sempre lucidissimi nell’analisi e nella, magari sotterranea, proposta di intervento, si traessero tanti brutti film, capisaldi del genere, anche di illustri registi, maestri di retorica. Ma mai si loderà abbastanza Sciascia per quello che a suo tempo venne considerato, anche in Sicilia, un paradosso e un abuso: lo smascheramento delle facilità, delle retoriche, dell’antimafia. A comparare l’evoluzione del filone mafia all’interno del film di gangster e di denuncia nel cinema statunitense e in quello italiano, si verificherebbe subito la grande miseria del cinema italiano, che non solo non ha dato alcun film memorabile dopo Salvatore Giuliano (che sono ormai propenso a considerare un capolavoro per caso, portato di un’epoca di innovazione radicale nella storia d’Italia) ma appena delle passabili pellicole tutte monotamente dentro la convenzione del genere, e ha dato un solo buon film «sciasciano»: Porte aperte di Gianni Amelio.