Goffredo Fofi, Panorama, 18/09/1997, 18 settembre 1997
Si è costretti invece a verificare la vitalità del genere negli americani, soprattutto per le sue molte varianti
Si è costretti invece a verificare la vitalità del genere negli americani, soprattutto per le sue molte varianti. C’è stato lì un cinema in sostanza filomafioso, con la scusa delle ambiguità di una cultura che ha le sue basi, con più evidenza che in Europa, anche nella malavita organizzata, sfociante nel melodramma familiare (la lunga serie dei Padrini) e nell’oleografia romantica (Cimino). Ma c’è stato anche un cinema macabramente farsesco (Huston, Demme) e soprattutto le opere originali e profonde degli Scorsese e dei Ferrara, portati a far della mafia e delle sue leggi una metafora dell’azione del male nel mondo o, più esattamente, nelle società capitalistiche o post. Distingueva questi registi di origine italoamericana una cosa fondamentale: essere loro cresciuti dentro una cultura proletaria di sottofondo ”mafioso”, accettante le strutture di autodifesa e di offesa di una minoranza etnica sulle quali la mafia italoamerica si è affermata, importata con l’immigrazione. La loro era un’opera di distacco, ma anche di analisi e scavo dall’interno, non un’operazione più o meno illuministica venuta come in Italia dall’alto di una cultura estranea, sia pure borghese-progressista, le cui basi ideologiche erano quelle del meridionalismo comunista degli anni Cinquanta, cresciuto su schemi prodotti altrove.