Goffredo Fofi, Panorama, 18/09/1997, 18 settembre 1997
I due più brutti. E infatti, cosa ha a che fare la serie della Piovra con la mafia vera? Solo l’eco di fatti salienti e di prediche magniloquenti
I due più brutti. E infatti, cosa ha a che fare la serie della Piovra con la mafia vera? Solo l’eco di fatti salienti e di prediche magniloquenti. E in che modo può avere inciso nella formazione di una cultura antimafiosa nelle zone di mafia? In modo, ritengo, nullo. Ci sono voluti certi magistrati, preti, donne, pentiti - e molti ci hanno lasciato la pelle - per smantellare una organizzazione verticale come Cosa nostra. Ma il peso del cinema è stato in tutto questo minimo o zero. Pessimo cinema, in generale, è del resto il nostro cinema politico, nel quale – non è da oggi che, in pochissimi, ci si è ostinati a dirlo - la realtà c’entra poco, e c’entrano invece molto la spettacolarità delle tragedie nazionali e la falsa coscienza dei cineasti. Per edificazione del lettore vorrei qui ricordare due sommità rappresentative di questa storia, forse i due film più brutti realizzati sul tema mafia in Italia. Il primo è opera di un giovane regista siciliano e uno dei pochi prodotti nell’isola fino a pochi anni fa con denaro isolano: Vite perdute, 1991, di Giorgio Castellani. Con molte delle facce e ambienti di Mery per sempre e usando dei luoghi comuni del cinema antimafia, era però una (cauta) difesa della mafia, e questo non stupì chi sapeva che dietro lo pseudonimo di Castellani si nascondeva il figlio «cinefilo» di Michele Greco, il «papa» di Ciaculli.