Goffredo Fofi, Panorama, 18/09/1997, 18 settembre 1997
Il successo di Tano da morire di Roberta Torre, un film inventivo e innovativo nel linguaggio perché inventivo e innovativo nell’approccio politico-antropologico, è il segno di un mutamento grandissimo, perché osa una strada radicale nell’accostarsi al problema
Il successo di Tano da morire di Roberta Torre, un film inventivo e innovativo nel linguaggio perché inventivo e innovativo nell’approccio politico-antropologico, è il segno di un mutamento grandissimo, perché osa una strada radicale nell’accostarsi al problema. Esso è stato costruito e scritto insieme a persone vere, complici e vittime di una sottocultura mafiosa, e per loro ha costituito una sorta di esorcismo attraverso cui espellere da sé qualcosa di molto profondo, vedendosi per la prima volta come sono, e non come li rappresentano i ”poetessi dell’antimafia”: mi riferisco a un personaggio secondario ma fondamentale del film in cui tanti nostri predicatori e politici dovrebbero riconoscersi. Ciò nonostante, il genere continuerà, autonomo dalla realtà né più né meno di quanto lo era il western di Sergio Leone. Le Piovre e i Padrini avranno lunga vita, consustanziali anche loro a un sistema di potere ben stabilito, alla sua economia come al suo gioco dei ruoli.