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 1997  settembre 20 Sabato calendario

Era semplice: niente andava come sarebbe dovuto andare. Come negli Stati Uniti. ”Time” aveva previsto 270mila casi per il ’91; il Congresso portava la previsione tra i 300 e i 480mila casi

Era semplice: niente andava come sarebbe dovuto andare. Come negli Stati Uniti. ”Time” aveva previsto 270mila casi per il ’91; il Congresso portava la previsione tra i 300 e i 480mila casi. In realtà, quell’anno furono 153mila: la metà, o addirittura un terzo. Anche i CDC, Centers for Disease Control, la maggior agenzia governativa per il controllo delle malattie al mondo, avevano continuato a sbagliare: per il ’92 avevano previsto 370mila casi, e ne avevano avuti 249mila. Così mi ero ritrovato ad attraversare i corridoi del dipartimento Aids dei CDC ad Atlanta, Georgia: chiedevo, controllavo, registravo e verificavo di nuovo: leggevo i tabulati delle statistiche, con i cambi di definizione, le partizioni complesse e oscure dei gruppi a rischio, gli spostamenti relativi agli anni, ai luoghi, alle diverse infezioni. C’era una burocrazia della morte, complessa e intrecciata, di grafici e curve, di percentuali, tassi e definizioni sempre più precise. Per mettere a fuoco la fisionomia di ciò che aveva ucciso duecentomila giovani americani: darle un profilo nitido. Ma nel processo ogni singolo scatto allargava il campo, includeva qualcos’altro che a sua volta andava chiarito, necessitava di un altro scatto: e quando era finito, quando ero arrivato in un punto qualunque, niente assomigliava più a quello che avevo letto: a quello che mi avevano detto. Avevano detto: i sieropositivi aumentano, sono sempre aumentati, non smettono di aumentare.