Guido Rampoldi, la Repubblica, 27/09/1996, 27 settembre 1996
Venerdì 27 settembre. Il capo dei Talebani è l’emiro Mohammed Umar, «un ometto sui quarant’anni, con un viso timido affacciato tra una gran barba nera e un gran turbante bianco
Venerdì 27 settembre. Il capo dei Talebani è l’emiro Mohammed Umar, «un ometto sui quarant’anni, con un viso timido affacciato tra una gran barba nera e un gran turbante bianco. Vive a Kandahar, non accetta interviste e neppure incontri con gli inviati del’Onu che hanno tentato di farsi ricevere nella sua stanzuccia da eremita. Parla solo con Dio, ha sprecato la giovinezza nei campi profughi del Pakistan dove i ragazzini afgani imparavano due cose e solo quelle: il Corano e l’uso del kalashnikov. I Talebani hanno combattuto i sovietici e, dopo i sovietici, a partire dal ’94, le altre fazioni afgane. Quando entrarono nella mischia nessuno capiva bene chi fossero, ma in due giorni presero Kandahar, la terza città dell’Afghanistan, e da quel momento apparve chiaro che il loro successo non era dovuto soltanto a sacro furore religioso, ma anche gli aiuti dell’esercito pachistano. Dove arrivavano i Talebani tornava la pace, ma una pace terribile: mani mozzate ai ladri con asce da macellai, piedi amputati ai recidivi sulla pubblica piazza, arti sanguinanti esibiti per le strade affinché fossero di ammonimento. Nello stadio di Herat trentamila persone furono costrette ad assistere all’impiccagione di un ragazzo che aveva ucciso due Talebani e che per questo era stato torturato a lungo, e frustato con catene di bicicletta fino a quando aveva desiderato la morte e firmato la dichiarazione coranica con la quale il condannato accetta la pena capitale. I Talebani radevano al suolo i cinema, sequestravano i televisori, distruggevano le chitarre e i mangianastri, allontanavano dalla scuola le bambine, picchiavano le donne che mostravano in strada il viso o le empie che pretendevano di lavorare. I Talebani, per la loro origine montanara e per l’amore della povertà tipico dell’Islam, odiano le città. Se non possono sottometterle, le bombardano massacrando i civili. Herat, per questo, si è arresa senza combattere. Kabul non si è arresa e per due anni ha incassato razzi e bombe che arrivano all’improvviso e facevano strage. Se le forze governative non riusciranno a ricacciarli indietro, Kabul diverrà come Kandahar, una città senza luci, cinema, musica e volti di donne. A Herat sognano di essere liberati dall’Iranª