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 1996  ottobre 31 Giovedì calendario

Il ragionamento è questo: se non si possono dare soldi all’Iri, gli si potrà almeno regalare un’azienda ricca, che abbia denaro? Per ora Van Miert non ha detto di no

Il ragionamento è questo: se non si possono dare soldi all’Iri, gli si potrà almeno regalare un’azienda ricca, che abbia denaro? Per ora Van Miert non ha detto di no. L’azienda ricca è anche stata individuata: sarebbe la Gepi, un’altra società interamente posseduta dal ministero del Tesoro. Come mai la Gepi, un’azienda pubblica con 243 dipendenti e un capitale di 2.200 miliardi, è anche così ricca da poter risolvere almeno temporaneamente, i problemi dell’Iri? E’ una storia interessante. Dal ’71 fino al 1993, questa società si è occupata di aziende decotte o comunque in crisi. Doveva salvarle o, almeno, salvare i lavoratori: «Non c’erano limiti al tipo di attività svolta: dal tessile all’abbigliamento (il preferito), dal metalmeccanico alla cantieristica raccogliendo indifferentemente aziende con 5 o con 200 dipendenti. L’unico criterio di scelta pareva essere quello dell’assenza o della scarsa possibilità di fare reddito. Nel ’76 poi la Gepi aveva ricevuto il compito di provvedere ai lavoratori espulsi dall’industria: li assumeva e poi li metteva in cassa integrazione, facendoli passare per apposite società di reimpiego. Per lo più scatole vuote che dovevano servire come serbatoio della forza lavoro in esubero. A fine ’93 la Gepi era intervenuta in 300 casi ed aveva costituito ben 427 società per reimpiegare circa 110 mila disoccupati, nonché 21 società per gestire cassaintegrati. Sull’altro fronte aveva 91 aziende di cui 20 non operative e 71 in lotta per non chiudere. Il «carrozzone finanziato ovviamente con fondi pubblici, marciava spedito: nessuno, né il governo né tanto meno i sindacati avevano voglia di intaccare le fondamenta di quel sistema di ammortizzazione sociale» (Stefano Tamburello). Nel ’93 la Gepi passò al Tesoro. Ed ecco che cosa è accaduto da quel momento: «Allo scopo statutario di "concorrere al mantenimento e all’accrescimento dei livelli di occupazione compromessi da difficoltà transitorie di imprese industriali", la Gepi ha ricevuto e riceve dalla Cassa depositi e prestiti, facente capo al Tesoro, prestiti non soltanto a tasso agevolato, ma soprattutto con rimborso a carico dello Stato nel senso che, quando maturano rate di ammortamento dei mutui, i relativi importi, invece di essere pagati dalla Gepi al suo creditore Tesoro, vengono da quest’ultimo trasferiti a patrimonio netto della Gepi stessa [...] Al 31 dicembre 1995 gli apporti del Tesoro per questa via ammontavano a 1.642 miliardi di lire. Nel solo esercizio 1995 il flusso di nuovi apporti fu di 661 miliardi. Invece di impiegare questi soldi per gli scopi statutari di promozione dell’occupazione, la Gepi se li è messi in banca e ce li ha tenuti per tutto l’anno. Ciò si desume dai seguenti due fatti: in primo luogo, a fine esercizio la liquidità ammontava a 1.717 miliardi, di cui 1.676 miliardi erano crediti verso le banche per investimenti mobiliari "prevalentemente effettuati in operazioni di pronto contro termini e polizze di credito". In secondo luogo i proventi finanziari su questa liquidità furono pari nel 1995 a 162 miliardi, segno che con un tasso di rendimento lordo di circa il 10% la massa liquida era stata lasciata disponibile per tutto l’anno. Nonostante questi giganteschi proventi finanziari, la Gepi presentò nel 1995 una perdita netta pari a 60 miliardi» (Riccardo Gallo). Come è evidente, se Van Miert fosse rigoroso fino in fondo, dovrebbe vietare anche il trucco di conferire la Gepi all’Iri.