Ermanno Bencivenga, La Stampa, 19/11/1997., 19 novembre 1997
«Un italiano arriva alla laurea, in media, a 25 anni, hanno detto, e si trova svantaggiato rispetto a concorrenti di altri Paesi che si laureano a 22
«Un italiano arriva alla laurea, in media, a 25 anni, hanno detto, e si trova svantaggiato rispetto a concorrenti di altri Paesi che si laureano a 22. Che cosa fare allora in concreto, e in fretta, per ridurre lo svantaggio? Adottiamo il modello del college, come la Normale di Pisa e come nei Paesi anglosassoni: accessi limitati per merito, espulsione per chi non rispetta la tabella di marcia, stretto contatto intellettuale tra gli studenti, e tra questi e il corpo docente. A dirla così sembra una panacea [...] La soluzione ”Normale” è elitaria e non affronterebbe neanche il problema da cui si era partiti, perché si rivolgerebbe a studenti che molto probabilmente si sarebbero laureati presto comunque (e sarebbero comunque stati concorrenti formidabili su qualsiasi mercato) [...] L’Università di California ha un rapporto di scambio con la Normale, ma l’anno scorso nessuno dei suoi 150.000 studenti ha fatto domanda per andarci. Il motivo? Non sono abbastanza preparati [...] Perché non facciamo insegnare i dottorandi? Faremmo loro un favore, dichiara Eco [...] ma la situazione cui fa riferimento è atroce [...] le Università americane di massa hanno pompato a dismisura i programmi di dottorato, creando una forza lavoro sottopagata, vulnerabile e in generale priva di prospettive di carriera [...] Si tratta di persone che rimangono in ”graduate school” anche otto-dieci anni, permettendo ai professori di grido di volare da una conferenza all’altra: quando i genitori pagano le (cospicue) tasse universitarie sono ovviamente quei professori a comparire nel materiale pubblicitario, ma quando gli studemti arrivano nei campus la realtà educativa è ben altra [...] Qualcuno è arrivato a suggerire che si faccia causa all’Università per frode».