Alessandra Frangi, Mf, 22/01/1998, 22 gennaio 1998
La nuova legge sull’Offerta pubblica d’acquisto (Opa), firmata dal direttore generale del Tesoro Mario Draghi, prevedeva in un primo momento la necessità di un’offerta obbligatoria sul 100% del capitale non appena un nuovo socio avesse superato il tetto azionario fissata al 15%
La nuova legge sull’Offerta pubblica d’acquisto (Opa), firmata dal direttore generale del Tesoro Mario Draghi, prevedeva in un primo momento la necessità di un’offerta obbligatoria sul 100% del capitale non appena un nuovo socio avesse superato il tetto azionario fissata al 15%. Il rischio era che tale manovra, rendendo eccessivamente onerose le offerte, finisse per rendere inespugnabili numerose società, con pacchetti di controllo bassi ma già inattaccabili. La soglia è stata allora alzata al 30-35% (per qualcuno un po’ troppo). Poiché la maggior parte delle società italiane è in mano ad azionisti che possiedono più del 51%, il numero di società scalabili è limitato. Le società che hanno una quota di possesso inferiore al 35%, e che quindi risentirebbero di uno spostamento del tetto, si contano sulle dita di una mano. Tra queste la Fiat, governata da un patto di sindacato che ha in mano il 29,69% del capitale con diritto di voto. Altro punto da chiarire: il meccanismo di formazione del prezzo dell’Opa, pari alla media tra i prezzi di borsa degli ultimi 12 mesi e il più elevato (se la quota è stata comprata) dei prezzi pagati dall’acquirente che ha rilevato il 30%. Secondo Claudio Costamagna, numero uno per l’Italia della banca d’affari americana Goldman Sachs, il prezzo dell’Opa dovrebbe essere uguale a quello pagato per rilevare il pacchetto di controllo. In questo modo si permetterebbe anche agli azionisti di minoranza di beneficiare del cosiddetto ”premio di maggioranza”, e non si creerebbero le premesse per avere due categorie di soci.