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 1998  gennaio 26 Lunedì calendario

Sull’Europa e sull’intero mondo occidentale incombe il pericolo della deflazione, ovvero di una situazione nella quale alla contrazione della spesa pubblica e all’inasprimento del carico fiscale si accompagnano la riduzione dei salari reali (conseguenza del dilagare della disoccupazione) e l’innalzamento dei tassi d’interesse

Sull’Europa e sull’intero mondo occidentale incombe il pericolo della deflazione, ovvero di una situazione nella quale alla contrazione della spesa pubblica e all’inasprimento del carico fiscale si accompagnano la riduzione dei salari reali (conseguenza del dilagare della disoccupazione) e l’innalzamento dei tassi d’interesse. Principale sostenitore di questa tesi, Alan Greenspan, governatore della Federal Reserve Bank. Non solo: il processo deflattivo potrebbe arrivare senza che i governatori delle Banche centrali riescano ad accorgersene, perché il progresso tecnologico, rendendo difficilmente confrontabili alcuni beni (soprattutto quelli ad alta tecnologia) potrebbe far confusione nella misura degli indici dei prezzi. Ulteriori problemi potrebbero derivare dall’impreparazione della Bce. Con la liberalizzazione del mercato finanziario mondiale diventa sempre più difficile raggiungere obiettivi monetari: la Banca d’Italia, per fare un esempio, ha come obiettivo la cosiddetta ”M2”, e cioè una quantità di moneta che è data dalla somma di circolante, conti correnti, depositi al risparmio bancari e postali. In sistemi finanziari più sviluppati, dove esistono numerose forme di liquidità, per le Banche centrali diventa particolarmente difficile gestire la quantità di moneta e si preferisce fissare un obiettivo in termini d’inflazione. Ecco quindi che la disponibilità di indici accurati diventa fondamentale. Fin quando l’Inghilterra (che ha l’unico mercato finanziario realmente sviluppato del continente), resterà fuori dall’Unione monetaria, i banchieri europei potranno continuare a ragionare in temini di massa monetaria, ma cosa succederà dopo? Torniamo alla deflazione: i Paesi europei sono impegnati nella corsa al raggiungimento dei parametri di Maastricht. Questa rincorsa porta per forza di cose ad una contrazione della spesa pubblica e a un aumento delle tasse, per raggiungere il 3% nel rapporto deficit/Pil. Rifacendoci al caso della Germania, l’attuale crisi del sud-est asiatico potrebbe comprimere i profitti delle imprese tedesche, rallentare la crescita del pil, rendere più difficile il raggiungimento dei parametri, indurre un aumento delle tasse e un’ulteriore contrazione della spesa pubblica, risolvendosi infine in un aumento della disoccupazione e in una riduzione dei salari reali (e ci sarebbero così tre caratteristiche su quattro dei processi deflattivi). Per dare ossigeno al sistema, la Bce potrebbe agire come spesso in passato, e cioè pompare liquidità nel sistema. A questo punto, dati i bassi tassi d’interesse e data la forte liquidità in giro, tutti si aspetterebbero un aumento dell’inflazione. Perché allora dovrebbe verificarsi una situazione deflattiva? Perché ci troviamo in quella situazione che Keynes definì ”Trappola della liquidità”, vi sono cioè tassi d’interesse troppo bassi e troppa incertezza, e le famiglie assorbono qualsiasi quantità di moneta senza investirla e senza spingere la crescita del Pil. In una simile situazione la Bce non potrebbe far altro che alzare i tassi d’interesse, ma è evidente che in un’Europa già stremata da un’eccessiva pressione fiscale e da una forte disoccupazione, un aumento dei tassi d’interesse potrebbe avere effetti devastanti. Al momento Tietmeyer e Issing, i due boss della Bundesbank, sostengono che la loro politica monetaria non ha ragione di non essere valida anche per il futuro, minimizzano gli effetti della crisi del sud-est asiatico e della liberalizzazione del mercato finanziario mondiale sul sistema economico tedesco e ritengono efficienti sia i loro indici di misura dell’inflazione che i loro strumenti di politica monetaria.