Indro Montanelli, Corriere della Sera, 01/03/1998, 1 marzo 1998
«Milano sembra ignorare Vespasiano e i vespasiani. Io che ci abito da sessant’anni ho visto scomparire, uno alla volta, i pochi che c’erano, e questo mi procura un’autentica angoscia
«Milano sembra ignorare Vespasiano e i vespasiani. Io che ci abito da sessant’anni ho visto scomparire, uno alla volta, i pochi che c’erano, e questo mi procura un’autentica angoscia. Non soffro d’incontinenza. Però soffro di ansia e, uscendo di casa, vengo colto da quella di non trovare, in caso di bisogno, un vespasiano. Per mettermi al riparo da quell’emergenza, prima di uscire di casa, i primi tempi mi sottoponevo a sforzi, che una volta mi costarono un’ernia. Ma non sono mai riuscito a darmi ragione di questa carenza. Che i milanesi, mi chiedevo, abbiano delle vesciche d’amianto? O non abbiano mai sentito parlare di prostata? O vogliano tenere in esercizio, fino al masochismo, il loro potere di autocontrollo? Niente di tutto questo. Come alla fine ho capito, i milanesi non frequentano quei monumenti perché industriosi e sempre indaffarati come sono, non ne hanno il tempo. Perché di tempo, per far bene le cose, ce ne vuole, come sempre, quando le cose si vogliono far bene. Non è che uno entra, vuota il sacco e se ne va. Questo è un comportamento da primitivi, da bruti. Un signore, prima di entrare in un simile loculo, deve prepararvisi mentalmente perché è nella mente, non nelle viscere, che nasce lo stimolo: non declassiamolo. Poi deve guardarsi intorno per accertarsi di non essere notato da persone di sua conoscenza; poi deve concentrarsi; poi deve operare con qualche precauzione perché non gliene restino le tracce sui pantaloni. E tutto questo tempo i milanesi, con la loro fissazione che ”il tempo è moneta”, dove lo trovano?».