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 1998  giugno 14 Domenica calendario

«I Taleban tentavano ora di far stendere sull’erba il primo dei condannati. Il giudizio di Dio aveva deciso la morte, e la morte doveva essere

«I Taleban tentavano ora di far stendere sull’erba il primo dei condannati. Il giudizio di Dio aveva deciso la morte, e la morte doveva essere. Ma l’uomo resisteva, gridava. Piegato verso terra, tentava di rimettersi in piedi. Lo stadio taceva immobile. Il fratello dell’uomo che quello aveva ucciso gli balzò allora adosso come una furia di dolore e di rabbia, lo spinse fino a fargli perdere l’equilibrio, poi gli piantò il piede sul petto. E lo tenne schiacciato nell’erba. Lui era la vita e la morte. Passò un lunghissimo attimo di sospensione, quasi che un pentimento improvviso avesse cambiato la violenza del vendicatore. Ma poi quell’uomo si piegò in avanti, poggiò il ginocchio sul collo della vittima sacrificale, per tenerne ferma quella testa che continuava a dire di no e gridava parole disperate al cielo, e alzò in aria il suo coltellaccio. La lama brillò con un lampo, poi affondò tutta nel cuore di quel corpo che ancora si dibatteva. Un fiotto di sangue saltò in aria. Il vendicatore rigirò la lama nel petto, poi la tirò su con un urlo di gioia. E di nuovo l’affondò. Urlando, questa volta tagliò di netto la gola dell’uomo che stava morendo, un fendente che passò da destra a sinistra. Il macellaio aveva compiuto il proprio lavoro. Il corpo ebbe un ultimo sussulto, poi restò immobile. La folla ora gridava, piangeva, si disperava. Lassù, nella loro solitudine senza volto, anche le donne piangevano e gridavano. L’uomo leccò lentamente la lunga lama, pulendone il sangue. Leccò prima un lato, piano, meticoloso, e dopo leccò il lato opposto. Disse anche parole che nessuno riuscì a sentire. Poi affondò le mani dentro la pozza di sangue che si era formata accanto alla gola recisa, e la riempì. Urlando di gioia se ne lavava il viso, una, due, tre volte. E si alzò in piedi a mostrare la faccia della giustizia di Dio».