m.e., la Repubblica, 15/07/1998; Raffaello Masci, La Stampa, 15/07/1998; Nando Tasciotti, Il Messaggero, 15/07/1998; Luca Liverani, Avvenire, 15/07/1998; Roberto Zuccolini, Corriere della Sera, 15/07/1998; Chiara Bannella, Il Sole 24-Ore, 15 luglio 1998
Secondo il rapporto della Commissione di indagine sulla povertà e sull’emarginazione per il 1997 le famiglie povere in Italia sono 2 milioni e 245 mila (su un totale di 20 milioni e 120 mila), 166 mila in più rispetto al 1996
Secondo il rapporto della Commissione di indagine sulla povertà e sull’emarginazione per il 1997 le famiglie povere in Italia sono 2 milioni e 245 mila (su un totale di 20 milioni e 120 mila), 166 mila in più rispetto al 1996. L’analisi si articola in due parti: la povertà ”relativa” che si riferisce a nuclei di due componenti con una spesa per consumi inferiore alla media nazionale (1.233.829 lire mensili) e la povertà ”assoluta” (calcolata in base ad un ”paniere” di beni e servizi) che comprende il milione e 504 mila famiglie che stanno al di sotto della soglia di 994.273 lire al mese. La crescita della ricchezza nel nostro paese ha fatto salire lo standard nazionale al di sotto del quale si è considerati poveri e chi non ha beneficiato della ripresa ha visto diminuire il suo potere d’acquisto. L’aumento della povertà si è concentrato al Sud, dove vive il 71% delle famiglie povere (in termini di persone il 77%). Nel Centro-Nord la povertà è limitata alle aree di emarginazione sociale delle grandi città. Le maggiori percentuali di poveri si trovano tra i disoccupati (un terzo del totale), le donne (2% in più degli uomini), i giovani con meno di 35 anni (11% dei poveri), i bambini (in particolare al Sud, dove la dispersione scolastica li condanna all’emarginazione sociale), i lavoratori dipendenti, il cui salario non è cresciuto proporzionalmente all’aumento dei consumi (i dipendenti sotto la soglia di povertà sono passati dall’8,4% nel ’96 al 9,7% nel ’97), le famiglie con tre o più figli (una su quattro risulta povera).