Marco Díeramo, il manifesto, 21/07/1998; Avvenire, 21/07/1998; Liberazione, 21/07/1998; Franco Pantarelli, La Stampa, 21/07/1998., 21 luglio 1998
Dal 5 giugno, giorno di inizio degli scioperi nello stabilimento di Flint (Michigan), la General Motors ha già perso un miliardo e 200 milioni di dollari (escluse le ripercussioni della mancata produzione sulla quota di mercato)
Dal 5 giugno, giorno di inizio degli scioperi nello stabilimento di Flint (Michigan), la General Motors ha già perso un miliardo e 200 milioni di dollari (escluse le ripercussioni della mancata produzione sulla quota di mercato). Su 200 mila dipendenti sparsi tra Usa e Canada 186 mila hanno aderito allo sciopero e dalle catene sono uscite 200 mila auto in meno. Il conflitto ha portato alla completa paralisi della casa automobilistica. Tutta l’economia americana sta risentendo di quanto accade alla GM, ( una volta si diceva «quello che fa bene alla GM fa bene all’America»), tutti i tentativi di mediazione sono falliti e se lo sciopero durerà fino ad agosto, come ormai pare inevitabile, quest’anno il Pil americano crescerà non del 3% previsto ma del 2.3% (una recessione dello 0.7% ). All’inizio i motivi della protesta erano legati all’abolizione di alcuni premi in busta paga e alla rumorosità dei reparti. Piccole richieste locali che con il passare dei giorni si sono trasformate in una battaglia nazionale contro la volontà della GM di tagliare 50 mila posti di lavoro (il 22% del totale) e trasferire tutta la componentistica in Messico dove, dagli anni ’70 a oggi, ha già impiantato più di cinquanta fabbriche (la Ford ne ha costruire 11, la Chrysler nessuna). In Messico il salario giornaliero minimo garantito è di 3.4 dollari, ma la GM dà stipendi di 11 dollari facendo figura di padrone generoso. Per lo stesso lavoro a Flint un operaio sindacalizzato prende sedici volte tanto, cioè ben 176 dollari al giorno. Ci sono scioperi anche nelle due maggiori case automobilistiche coreane, Hyundai e Daewoo. La Daewoo ha deciso di chiudere per tre giorni i propri stabilimenti in risposta ad una semplice minaccia di astensione dal lavoro da parte del sindacato che lotta contro il congelamento dei salari e le drastiche misure volte a diminuire i costi di produzione. In Italia, infine, le preoccupazioni sono legate alla data del 31 luglio, giorno di scadenza del decreto sulla rottamazione. La fine degli incentivi governativi potrebbe portare a un calo delle vendite del 10%.