Aldo Cazzullo, La Stampa 21/12/1998, 21 dicembre 1998
Il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Santa Fede, auspica un ritorno alla liturgia in latino: «L’antica liturgia non è oscurantismo, non è tradizionalismo feroce, ma è realmente il desiderio di essere nella Divinità»
Il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Santa Fede, auspica un ritorno alla liturgia in latino: «L’antica liturgia non è oscurantismo, non è tradizionalismo feroce, ma è realmente il desiderio di essere nella Divinità». Per Ratzinger, la creatività selvaggia dei riti postconciliari avrebbe fatto scomparire il mistero del sacro. Monsignor Alessandro Maggiolini, vescovo di Como: «Il Vaticano II non ha mai ordinato di tradurre la liturgia in volgare, ma solo ammesso una possibilità che l’interpretazione ha trasformato in norma. Stiamo attenti a non confondere comprensione e devozione: il fatto che i fedeli capiscano di più non significa che preghino di più. Detto questo, non facciamo archeologia: la messa in latino può dare il senso del sacro, ma anche risolversi in un’esperienza estetica riservata agli acculturati». Il cardinale Ersilio Tonini: «Nel ’53, quando ero parroco a Salsomaggiore, battezzando mi fermavo a tradurre le formule latine. Già il Concilio di Trento stabilì che il celebrante doveva aiutare i fedeli a capire. Credo che Ratzinger, più che al latino, pensi a ovviare ai guai di chi si riteneva grande liturgista perché celebrava la messa al campo in maniche di camicia. Quando il latino crea lo stupore di fronte all’inconoscibile, non è pura estetica, ma il sentimento di una grandezza che ci travalica; e allora il contadino capisce come il plurilaureato». Vittorio Messori: «La distruzione dell’edificio liturgico, a colpi di martello pneumatico e di schitarrate, è stata un crimine contro la cultura prima che contro la religione. Intellettuali clericali eccitati hanno gettato nella spazzatura il gregoriano in nome di un’interpretazione abusiva del Concilio».