Ferdinando Camon, La Stampa 22/06/1998, 22 giugno 1998
Uxorcidio. «A Monza un uomo è finito in carcere per uxoricidio, reato giustamente tra i più odiosi [
Uxorcidio. «A Monza un uomo è finito in carcere per uxoricidio, reato giustamente tra i più odiosi [...] Per uxoricidio sarà giudicato, e con ogni probabilità condannato [...] L’uxoricida è colui che ha sposato una donna promettendo di ”amarla, rispettarla e servirla nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia, finché la morte non li separi [...] «Qui si trattava della suprema malattia, incurabile o, come dicono i medici, terminale. Cosa voleva dire, qui, ”assisterla nella cattiva sorte”? Per la legge, voleva dire lasciarla così com’era all’infinito, cioè abbandonarla. Ma questo non è neanche un abbandono, è un abbandono al quadrato. Perché la moribonda, già entrata in coma, vien bloccata in quello stadio con le macchine, a volte con brevi intervalli di ritorno alla coscienza. Il cuore della vicenda, la spiegazione di tutto, è qui: la morte scientifica è sostanzialmente una morte fermata un attimo prima che sia morte, e mantenuta così per ore, per giorni, per anni [...] Questa donna era ormai ”di là” [...] Il marito non le ha dato la morte, le ha impedito di morire dieci-venti volte, o di morire una morte lunga come dieci-venti morti. E questo è reato [...] Non l’ha fatta ”smettere di vivere”, l’ha fatta ”smettere di morire”. Un diritto che non sappia fare questa distinzione è inadeguato [...] Fosse mia sorella, la donna così morta, abbraccerei l’uomo che l’ha fatta smettere di soffrire, e non direi una parola. Ciò che gli è capitato è al di là dell’umano dovere di sopportare. Ciò che ha fatto è al di là dell’umano diritto di condannare» (Ferdinando Camon).