Luca Carra, LíEspresso 02/07/1998, 2 luglio 1998
In Italia l’eutanasia attiva è un reato (di fatto viene equiparata al’omicidio del malato consenziente) e dunque è punibile con svariati anni di carcere
In Italia l’eutanasia attiva è un reato (di fatto viene equiparata al’omicidio del malato consenziente) e dunque è punibile con svariati anni di carcere. «L’eutanasia passiva è invece tollerata. Almeno nella sua accezione più sfumata che equivale a rinunciare alle cure inutili. Nel caso vi sia una evidente sproporzione tra le terapie e i risultati, la stessa Chiesa cattolica ammette la possibilità di ”staccare la spina”. Anche l’ordine dei medici, nel suo nuovo Codice deontologico, condanna ogni forma di accanimento terapeutico. [...]. Per quanto riguarda l’eutanasia vera e propria: nell’Enciclica Evangelum Vitae del 1995, il pontefice l’ha equiparata all’omicidio, mentre il Comitato nazionale per la bioetica ha dichiarato che ”nessuna legislazione eutanasica può avere valore bioetico”. [...] Affrettare la fine nel caso di una malattia senza speranza è una decisione che riguarda solo il paziente. Sono più diffusi di quanto si pensi i casi di malati che per i più svariati motivi esercitano il loro diritto a non sottoporsi a un intervento che li lascerebbe in condizioni che essi giudicano non accettabili e lesivi della loro idea della vita. [...] La letteratura scientifica internazionale è ricca di casi di persone che, davanti alla prospettiva di terapie invalidanti rifiutano le cure e scelgono la strada del digiuno a oltranza, cioè della ”morte per inedia”. Interrompendo l’alimentazione e l’idratazione la fine arriva di solito dopo due-tre settimane. Di fronte a una decisione di questo tipo il medico non ha alcun potere di costringerlo a seguire cure che rifiuta ostinatamente» (Luca Carra).