La Stampa 26/06/1998, 26 giugno 1998
Lettera. «Se tutta la vita è di Dio allora perché ci ostiniamo a pensare che sia la nostra e ci opponiamo disperatamente alla morte come se si potesse sconfiggere? Il caso dell’insegnante di Monza è molto significativo perché quelle macchine che protraggono la vita, fanno credere che la felicità sia la vita, invece a mio avviso la felicità è la felicità
Lettera. «Se tutta la vita è di Dio allora perché ci ostiniamo a pensare che sia la nostra e ci opponiamo disperatamente alla morte come se si potesse sconfiggere? Il caso dell’insegnante di Monza è molto significativo perché quelle macchine che protraggono la vita, fanno credere che la felicità sia la vita, invece a mio avviso la felicità è la felicità. questo forse il più grave e diffuso equivoco che mette in evidenza come nell’uomo moderno si apra un vuoto di fronte al pensiero della morte; mette in evidenza le carenze della cultura religiosa. La cultura laica mette al primo posto la vita fisica sotto una luce edonistica e profana, la fede, che tanto si oppone all’eutanasia, non riconosce nella morte la sua profonda realizzazione. Perché se Dio ci dà la vita è Dio che ce la toglie e dovremmo umilmente accettare il nostro destino, senza per questo accelerarlo; ma nemmeno preservare la vita quando ha perso il suo valore fondamentale, che è la possibilità di poterne disporre in un senso non esclusivamente fisico ma in un senso totale. Un uomo che non può amare perché è attaccato a una macchina è un uomo che non è né nell’aldiqua né nell’aldilà ma in una zona intermedia terribilmente inutile e dolorosa. Forse l’uomo religioso mi può opporre che il dolore in cui passa l’individuo è la fonte della sua salvezza, io invece credo che la salvezza sia la mèta di un cammino ben preparato precedentemente e che non si può studiare tutto il giorno stesso dell’esame. triste però è così, la fede non nasce nel dolore ma nella felicità e nella pace conquistate con l’amore. Una società che rifiuta la morte è una società intrinsecamente egoista che vive sulla falsariga delle possibiltà date dal corpo di godere della ”normalità”, che sono anche, e forse soprattutto, le possibilità all’uso delle droghe, all’alcool, al fumo e così via. Da una parte ti dicon quello che è giusto, dall’altra ti impongono ciò che è sbagliato chiamandolo con un altro nome. I disagi di fronte all’eutanasia sono la prova che gli uomini non hanno risposte di fronte ai problemi fondamentali dell’esistenza e che non ci sono più bugie abbastanza credibili in grado di soddisfare questa fame profonda» (lettera di Carlo Ormea a ”La Stampa”).