Alessandro Oppes, la Repubblica 28/12/1998, 28 dicembre 1998
Luz Arce, 51 anni, cilena, ascoltata nove mesi fa dal giudice spagnolo Garzon come testimone d’accusa contro Pinochet, nel 1972 entrò a far parte del Gap, la scorta di Salvador Allende
Luz Arce, 51 anni, cilena, ascoltata nove mesi fa dal giudice spagnolo Garzon come testimone d’accusa contro Pinochet, nel 1972 entrò a far parte del Gap, la scorta di Salvador Allende. «Allende era un uomo meraviglioso, molto sensibile. Nel Gap eravamo in cinquantatre, e lui sapeva il nome di tutti...». Alla fine dello stesso anno aderì al partito socialista, ma il golpe era alle porte. Nel marzo del ’74 fu arrestata e portata in Calle Londres 38, il quartier generale della Dina (la polizia segreta del regime di Pinochet). «Appena arrivata mi spogliarono, e sentii uno che diceva: ”Controllate bene queste puttane, che nascondono le cose nella chucha, nella vagina”. Mi violentarono, erano in parecchi. La cosa più terribile era la picana: mi facevano spogliare, stendere su un tavolo di metallo, e applicavano la corrente». Dopo qualche mese fu rinchiusa a Villa Grimaldi, il più terribile dei centri di tortura. «Davano fuoco alla carta e me la passavano sullo stomaco, la mia pelle puzzava di bruciato. Soffrivo e resistevo. Ma tutto crollò quando arrestarono mio fratello». Fu allora che accettò di collaborare. Cominciò a dare i nomi dei compagni che sapeva già morti, poi di quelli che erano in esilio, poi quelli che avevano minori responsabilità di partito. «Nonostante tutte le precauzioni, quattro sono scomparsi, uccisi non so dove e non so come. Avevo accompagnato io gli agenti della Dina sino alla casa dove li avrebbero arrestati». A Villa Grimaldi i detenuti erano centinaia, uomini e donne. Dopo qualche tempo Luz diventò segretaria e amante del nuovo capo, il maggiore dell’esercito Rolf Wenderoth. «Da allora, da quando lavoravo in ufficio, non sentivo più le urla dei torturati... Un giorno mi portarono nell’ufficio di Manuel ”Mamo” Contreras, il generale che guidava la polizia segreta... Mi comunicò che ero diventata funzionaria della Dina per meriti acquisiti come traditrice». Dal marzo del ’76 passò a lavorare alla direzione dell’intelligence interna, come analista della stampa. L’omicidio di Orlando Letelier a Washington fu il colpo fatale per la Dina e Contreras: il ”Mamo” fu rimosso per le pressioni degli Usa e l’organizzazione smantellata e sostituita da un altro ente repressivo, la Cni. Nell’ottobre ’78 Luz scrisse una lettera di dimissioni, ma il capo della Cni le fece sapere che doveva altri quattro anni della sua vita all’ ”istituzione” e che la sua nuova missione era fare la spia in Argentina: «Non durò molto, non ce la facevo proprio, un giorno presi un aereo e tornai a Santiago senza preavviso... Mi ritirarono tutto, anche l’identità... Semplicemente non esistevo più: in qualunque momento potevano uccidermi e farmi sparire senza problemi». Cominciò a lavorare, prima come istruttrice a domicilio per signore ricche che volevano dimagrire, poi, con il suo attuale marito, divenne socia in affari in un istituto professionale. Nell’82, ricercata, si nascose per un anno. «Quello che segue sono tante sedute con la psicologa, una grave malattia, un incontro con un prete che mi cambia la vita, la testimonianza davanti alla commissione per la verità del governo Aylwin, e ancora un anno di esilio in Germania e in Austria... Oggi ho ancora mille problemi, ma sono felice». La Arce, che lavora in un gruppo per i diritti umani intitolato a un prete spagnolo ucciso dalla Dina, da quindici giorni conduce un programma su un’emittente di Santiago, Radio Tierra. Poche le telefonate di solidarietà, molte quelle di protesta: «Non fate parlare quella torturatrice».