Stefania Di Lellis, la Repubblica 21/01/1999, 21 gennaio 1999
Un testimone del massacro di Racak (Kosovo): «Ci hanno spinti qui venerdì verso le 11, erano in tanti e avevano le divise della polizia
Un testimone del massacro di Racak (Kosovo): «Ci hanno spinti qui venerdì verso le 11, erano in tanti e avevano le divise della polizia. Urlavano loro, piangevamo e urlavamo noi. Io e altri 28. Un’altra quindicina di persone erano già morte qualche ora prima, tra le case, sotto le bombe e poi durante il rastrellamento. Quassù i primi a cadere sono stati Sadik Osmani e Lufti Bilali, due miei amici. Gli hanno sparato in testa, da vicino. Abbiamo provato a scappare. In sei stavamo per farcela, ma uno l’hanno colpito proprio all’ultimo, alla schiena. Correndo via ho sentito i lamenti di quelli che morivano, uno dopo l’altro». La versione della strage, identica a quella ripetuta dalla propaganda albanese, è contestata dai serbi che parlano di una «normale operazione antiterrorismo». Un uomo che di notte dorme in mezzo ai boschi e di giorno scende nei villaggi intorno a Racak per trovare cibo e sigarette: «Vedi questi capelli bianchi? Erano neri la settimana scorsa». Mentor, 15 anni: «Abitavo a Racak, adesso non più. Venerdì all’alba abbiamo sentito le bombe. Un pezzo di casa mia è venuto giù, siamo scappati tutti fuori e ci siamo rifugiati in un’altra casa. Poi, dopo un po’ di ore, sono arrivati 50-60 poliziotti. Hanno separato le donne e i bambini dagli uomini. Tanti li hanno portati via, un po’ li hanno ammazzati direttamente lì: a mio zio hanno sparato allo stomaco in cortile e poi gli hanno tagliato la testa».