Marina Morpurgo, Diario 20/01/1999; ma.gar., la Repubblica 21/01/1999, 20 gennaio 1999
Un milione e mezzo di lavoratori italiani sarebbe affetto dalla sindrome mobbing (dall’inglese to mob, accalcarsi, circondare, assalire), o ”terrore psicologico sul posto di lavoro”
Un milione e mezzo di lavoratori italiani sarebbe affetto dalla sindrome mobbing (dall’inglese to mob, accalcarsi, circondare, assalire), o ”terrore psicologico sul posto di lavoro”. I mobbers escludono le loro vittime dalle feste aziendali, danno informazioni sbagliate ai colleghi, li prendono in giro per l’aspetto fisico e nei periodi di crisi, per spingerli alle dimissioni, li costringono a lavorare in due sulla stessa scrivania oppure fanno circolare liste nere con i nomi delle persone non indispensabili, ognuna con combinazioni di nomi diversi. Harald Ege, massimo esperto di mobbing in Italia: «Ho notato una singolare somiglianza tra la situazione del mobbizato e le sindromi manifestate di reduci del Vietnam». Sono sempre i migliori, quelli più sensibili e scrupolosi, a subire il mobbing. In Svezia l’uso del terrorismo psicologico sul posto di lavoro è considerato dalla legge un vero e proprio crimine. In Germania alle vittime viene riconosciuto il diritto al prepensionamento, e le cause per ottenere il risarcimento dei danni biologici sono all’ordine del giorno: la vessazione dei dipendenti è espressamente vietata dai contratti aziendali (come quelli sottoscritti alla Volkswagen, che prevedono la presenza di uno sportello per la denuncia e le consulenze). Altro fenomeno tra i lavoratori, ”la sindrome del sabato mattina” che colpirebbe i workalholic, cioè i drogati da lavoro, con vomito, disturbi alla vista, «emicranie da inchiodarti a letto ogni fine settimana, quando sei costretto a riposarti, e il tuo fisico abituato allo stress del manager si ribella, vuol continuare a macinare la frenesia dei soliti ritmi». Paolo Catalsamo, 36 anni, amministratore delegato di Templeton Italia: «Sei non solo abulico, ma spossato, con un’eccitazione malsana che non sai come smaltire. Può accadere anche nei primi giorni di ferie, una vertigine da libertà insidiosa che ti fa sentire uno straccio. Ma il sabato è sempre un disastro [...] Ho visto colleghi incapaci di smettere, come drogati: sceglievano di andare in ufficio anche il sabato per non soffrire. Non potevano lasciare la scrivania». Anna Oliviero Ferraris, psicoterapeuta: «Credo che gli italiani siano più immuni degli anglosassoni. Inglesi e americani hanno quella cultura protestante del lavoro che li fa sentire in colpa quando si fermano [...] La malattia del sabato esisterà, ma io vedo pure tanti colpiti dalla sindrome del lunedì mattina, del tutto identica: sana angoscia da rientro in ufficio».