Marco Belpoliti, La Stampa 26/03/1999, 26 marzo 1999
Tra i fenomeni ricorrenti nella storia dell’umanità quello dei cutters: persone che si tagliano con lamette, coltelli, forbici, si infliggono bruciature con sigarette, accendini, ferri da stiro, si spezzano le ossa con pesi o cadute volontarie, si perforano con spilloni, siringhe e altri corpi contundenti
Tra i fenomeni ricorrenti nella storia dell’umanità quello dei cutters: persone che si tagliano con lamette, coltelli, forbici, si infliggono bruciature con sigarette, accendini, ferri da stiro, si spezzano le ossa con pesi o cadute volontarie, si perforano con spilloni, siringhe e altri corpi contundenti. Marilee Strong, giornalista americana, nel suo libro Un urlo rosso sangue racconta storie di cutters americani, per la maggior parte donne, bianche, di cultura media o elevata, intelligenti, sensibili, quasi tutte inserite socialmente: «Persone all’apparenza normali ma che hanno alle spalle vicende di violenze infantili, violazioni sessuali, abbandoni e separazioni». I traumi dell’infanzia e dell’adolescenza si tramutano in ferite corporali, in abrasioni che hanno come luogo privilegiato la pelle. I cutters dichiarano di liberarsi dall’ansia, di sfogare la tensione, di eliminare sentimenti malvagi attraverso le automutilazioni. Per Didier Anzieu, psicanalista francese, l’automutilazione è un modo cruento per differenziare il proprio sé rispetto agli altri: «Il sangue che scorre dalle ferite prova che dentro il corpo c’è la vita invece del nulla».