Josh Fischman, Us News & World Report, da Internazionale 10/03/2000, 10 marzo 2000
Randolph Nesse, psichiatra dell’Università del Michigan, sta lavorando sull’ipotesi che la depressione, già presente nei nostri antenati, abbia svolto una funzione adattiva nell’evoluzione dell’uomo
Randolph Nesse, psichiatra dell’Università del Michigan, sta lavorando sull’ipotesi che la depressione, già presente nei nostri antenati, abbia svolto una funzione adattiva nell’evoluzione dell’uomo. Il ricercatore parte dal riscontro di sintomi depressivi nelle scimmie e dall’assunto darwiniano che si trasmettono di generazione in generazione i tratti che aiutano a sopravvivere. Nei primati la mancanza di stimoli sospende il desiderio di cibo e di accoppiamento, proteggendo dalle aggressioni del gruppo. Mentre negli individui non colpiti da depressione aumenta il cortisolo, l’ormone dello stress che distrugge le cellule cerebrali. La biologa Carol Shively: «Contro lo stress cronico le scimmie ricorrono alla ritirata strategica. Somigliano molto alle persone depresse. Isolandosi non hanno occasione di essere aggredite. Così sopravvivono e si riproducono». Nell’uomo moderno, però, non svolgendo più l’originaria funzione adattiva, la depressione si è trasformata in disturbo: «I geni sono sempre gli stessi, ma eventi traumatici ripetuti possono produrre risposte estreme, innescando un isolamento più lungo e più profondo da cui è difficile uscire».