Giovanni Maria Pace, la Repubblica 03/03/2000, 3 marzo 2000
Dopo aver provato a costruire lui stesso un’amigdala, l’antropologo Alberto Salza si è convinto che non è un utensile (idoneo a tagliare e macellare, come si pensava), ma un oggetto «linguistico»: « lavorata tutt’intorno e se la tieni in mano ti ferisci perché taglia da ogni lato
Dopo aver provato a costruire lui stesso un’amigdala, l’antropologo Alberto Salza si è convinto che non è un utensile (idoneo a tagliare e macellare, come si pensava), ma un oggetto «linguistico»: « lavorata tutt’intorno e se la tieni in mano ti ferisci perché taglia da ogni lato. Infatti non veniva adoperata, come mostra la mancanza di tracce di usura sugli esemplari finora esaminati. Eppure gli ominidi si affaticavano per costruirla, procurandosi la materia prima anche a costo di lunghe marce. L’incongruenza sposta l’attenzione dall’utilizzo pratico a ragioni più sottili. Per ottenere la forma simmetrica, l’artefice compie una sequenza ordinata di gesti, non guidati dal meccanismo della prova e dell’errore perché non vede quello che fa. A staccare la scheggia è infatti il colpo vibrato sulla faccia opposta. La confezione di un bifacciale appartiene dunque alla sfera dell’immaginazione, è una specie di preadattamento cognitivo alle sequenze ordinate di parole che formano la frase [...] L’Homo habilis costruiva tali oggetti quando era anatomicamente incapace di parlare. Eppure dall’impronta lasciata dal suo endocranio risulta che avesse già sviluppata l’area di Broca, la zona del cervello deputata al linguaggio. La ragione potrebbe essere che l’attività manuale ha inciso retroattivamente sulla struttura del cervello, ha cioè creato nel cervello un’architettura di sequenze che prelude al linguaggio. E che somiglia a quella che Noam Chomsky chiama ”grammatica innata”».