Giancarlo Galli, Avvenire 08/03/2000, 8 marzo 2000
Sin dalle origini, il Fondo monetario internazionale è stato l’oggetto di un braccio di ferro fra gli Usa e l’Europa
Sin dalle origini, il Fondo monetario internazionale è stato l’oggetto di un braccio di ferro fra gli Usa e l’Europa. Quel che si sta verificando in queste ore, con le polemiche e le ripicche attorno alla nomina del nuovo direttore generale, in sostituzione del francese Michel Camdessus, altro non è che l’ultimo capitolo di un romanzo finanziario che interessa l’intero pianeta. Del Fmi, fanno parte ben 182 Paesi, ma il coltello per il manico lo hanno sempre avuto gli americani, azionisti di maggioranza e depositari di un sostanziale (ancorché non scritto) diritto di veto sulle decisioni fondamentali: dall’interpretazione dello statuto alla designazione dei vertici. Proprio tale egemonia tentò di contrastare il mitico economista inglese John M. Keynes, nel lontano 1944, a Bretton Woods, il villaggio del New Hampshire ove, per volontà del presidente Roosevelt, si tenne la Conferenza istitutiva. E dove gli Usa riuscirono a imporre il principio divenuto dogma dollar is good as gold, il dollaro è buono come l’oro.