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 1999  febbraio 19 Venerdì calendario

Public company. «La Gucci era, fino a pochi mesi fa, una sorte di public company quotata a New York

Public company. «La Gucci era, fino a pochi mesi fa, una sorte di public company quotata a New York. In pratica non c’erano veri padroni. E tutto il potere stava nelle mani dell’avvocato Domenico De Sole (presidente) e dello stilista Tom Ford. Il primo sorvegliava i conti, il secondo rilanciava la società sfoderando un gusto e uno stile che molti hanno subito invidiato. E la Gucci si è trasformata nel giro di pochi mesi in una maison dai buonissimi risultati e quindi molto invidiata. Poi, un giorno, salta fuori che Prada, nome eccellente della moda milanese e in fortissima ascesa, ha comprato il cinque per cento di Gucci. Dopo qualche settimana, Prada comunica di aver comprato un altro cinque per cento, arrivando di fatto al dieci per cento. Spesa totale vicina ai 500 miliardi. Poiché Prada è un’azienda dalle dimensioni contenute, anche se sta crescendo molto in fretta, molti si domandano perché mai vada a investire tutti questi soldi su Gucci. Curiosamente, nessuno capisce quello che invece hanno capito Miuccia Prada e suo marito Patrizio Bertelli: e cioè che Gucci è ormai una mela matura. Matura per essere colta. Va benissimo, è lanciatissima, ma non c’è un vero padrone. E quindi è pronta per essere assaltata [...] Lo scalatore arriva da Parigi. E si chiama Arnault Bernard; è il padrone della Lvmh (acronimo di Louis Vuitton, Moet e Hennessy, tutte aziende finite nel suo canestro) e da anni va costruendo una sorta di multinazionale della moda e del lusso. Arnault si muove a colpi di acquisti successivi e arriva al 34 per cento della Gucci. Nella sua corsa la Lvmh acquista naturalmente anche il dieci per cento saggiamente messo da parte dai due Prada, i quali guadagnano (con questa sola operazione) una somma che sfiora i 300 miliardi di lire. Nella stagione ’98-’99 il più grande guadagno singolo fatto nella finanza milanese non è di qualche mago della Borsa, ma di una stilista minimalista e di suo marito [...] Ma Domenico De Sole non è tipo da arrendersi tanto in fretta [...] In pratica, crea una fondazione riservata ai dipendenti, la riempie di nuove azioni ordinarie (che però non hanno diritto di dividendo) e, alla fine, salta fuori che questa Fondazione ha in mano più del 40 per cento mentre Lvmh scende al 22 (perché sono state emesse nuove azioni). E qui scoppia il pandemonio».