Gaetano Afeltra, Corriere della Sera 29/4/2000;, 29 aprile 2000
«Sento ancora il suono della campana della Trinità che nel primo pomeriggio mi sorprendeva nella strada dove giocavo con gli altri ragazzi
«Sento ancora il suono della campana della Trinità che nel primo pomeriggio mi sorprendeva nella strada dove giocavo con gli altri ragazzi. Qualcuno era morto? Senza sapere nemmeno chi fosse il morto ero preso da una grande paura e dal desiderio di vedere mia madre. Il pensiero di un morto vicino, in una città, stretta di vie, con poche luci, mi riempiva di terrore. «I balconi si aprivano improvvisi. Le donne ancora discinte, dopo il sonno pomeridiano, gli uomini in maglietta sporgevano le facce appena sveglie. Ci si interrogava sul defunto, un parlare sparso, fatto di pietà e di meraviglia, sgorgava di bocca in bocca, fra gente estranea che la morte di un altro rendeva per un attimo amici. Ci si interessava delle condizioni familiari, del numero dei figli: un padre che lasciava moglie e sette ragazzi, una mamma che chiudeva gli occhi senza aver visto una delle figlie maritata; un pezzo di giovane stroncato dal tifo. Era solidarietà e pietà, ma anche una specie di sollievo che la morte fosse passata toccando altri» (Gaetano Afeltra)