la Repubblica 31/5/2000, 31 maggio 2000
«Caro Marone, sono pieno di schifo; vorrei non essere poeta; non possedere questa tormentosa sensibilità; vorrei essere un umile facchino; vorrei essere rozzo e semplice; avere una gran gioia a faticare, a mangiare, a riposare; essere un buon uomo fecondo; e aver il timor d’Iddio, quel tanto per non saperne molto e per fare una buona morte; ma sono un poeta, amico Marone, fratello Marone, sono un dolorante poeta; ma ho le mie rare felicità di Dio, che mi ripiombano in nuove, più complicate, più atroci difficoltà d’anima» (Giuseppe Ungaretti, lettera a Gherardo Marone 25/8/1916)
«Caro Marone, sono pieno di schifo; vorrei non essere poeta; non possedere questa tormentosa sensibilità; vorrei essere un umile facchino; vorrei essere rozzo e semplice; avere una gran gioia a faticare, a mangiare, a riposare; essere un buon uomo fecondo; e aver il timor d’Iddio, quel tanto per non saperne molto e per fare una buona morte; ma sono un poeta, amico Marone, fratello Marone, sono un dolorante poeta; ma ho le mie rare felicità di Dio, che mi ripiombano in nuove, più complicate, più atroci difficoltà d’anima» (Giuseppe Ungaretti, lettera a Gherardo Marone 25/8/1916)